Quello che la narrativa custodisce
In un grattacielo.
Anonimo
La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.
William Burroughs
Una polaroid. La giri con la mano. Cè una data. Guardi di nuovo la fotografia. Non hai mai scelto nulla di tutto ciò. Fuori piove. La temperatura si è abbassata. Linverno. Metti su un disco di John Cage. Appoggi la polaroid dove lhai trovata. Sopra una pila di cose poco umane.
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Tutto è sempre stato troppo luminoso. Tutto sono le scale, le scarpe, tua madre, una pagella, lodore degli autobus in città, un gatto. Tutto è sempre stato troppo luminoso, o troppo buio. A sette anni un balcone dal quale affacciarti, con enorme senso di vertigine. Un pallone da rincorrere che racchiudeva tutta la filosofia. Potevi essere una mela, se lavessi desiderato. Ma desideravi altro.
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Tua madre beve un bicchiere dacqua in cucina, da sola. Ti sei fatto svegliare alle sei del mattino, per studiare la lezione. Leggi velocemente. Ricordi tutto per il tempo necessario allesposizione. Lei sparirà. La lezione, la mamma. Rimarrà una fotografia, i francobolli di tuo padre. Due anni dopo neanche quelli. Si chiama cambiare casa. Queste due parole contengono pelle, profumi, unghie, lallungarsi delle ossa. Tutto dentro ai minuscoli spazi fra una lettera e laltra. Cose invisibili. Come i batteri o Dio.
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Annoti poche parole sul bordo di una tovaglia di carta. E ancora su un banco di scuola. Esprimerti appare sensato. Le parole sono minuscoli segni grafici che si caricano di significati più grandi. Come formiche trascinanti enormi briciole di pane. Nelle parole hai consolazione. Scrivi Zampettare di pioggia sui vetri. E quello è lautunno.
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Una cameriera scuote un ficus, cadono tre foglie in terra. Le raccoglie e le infila nel grembiule rosso, più tardi le butterà via. La senti allontanarsi e sbattere con laspirapolvere contro un muro che non vedi ma conosci, ogni suo passo una vocale che sinfila attraverso il suo nome ripetuto nella tua testa, come una fila di perline in uninvisibile collanina che va da te a lei. Non vi siete parlati, detesti il rumore dellaspirapolvere. Sei immobile ma la tua immagine è contenuta in almeno quindici superfici deformanti e riflettenti, che non consideri. Eppure loro considerano te. Ora immaginare gli occhi degli altri ti fa pensare a quella frase di Burroughs che diceva che non esistono soluzioni ai problemi, ma solo strade che portano ad altri problemi.
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Stamattina avete ricevuto una notizia terribile e lei ti ha chiamato e si è infuriata perché non senti nulla, solitamente non senti nulla, hai calmato le febbre che si trova nel tuo nome molto tempo fa e adesso rabbrividisci per il freddo, solo per quello. Non provi neanche a spiegarlo. Cane e collare sono il tempo, tu e lei siete il cane o il collare, e nulla realmente trascorre. Ha certe paure e tu ne hai altre. Rispetti questo e altre imprescindibilità. Rimani silenzioso al telefono finché lei mette giù. Qualcuno ti osserva e tu fai finta di continuare a parlare concludendo con un ciao probabilmente rivolto alluniverso.
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I giapponesi non hanno una parola per dire nulla. Ma giri di parole, vorticosi mulinelli che una volta innescati sono già qualcosa. Si è presenti a questo tempo di cui non si misura la velocità della carne, come non si misura la velocità dei tuoi muscoli o il tempo nel profondo di un dente che si muove attaccato a una gengiva, nascosto dentro a una bocca chiusa allinterno di una macchina che qualcuno dice: si muove, si sta muovendo, è in movimento.
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Lo spasmo di un cuore vivo, una penna che si gira su un fianco, gli occhi che si abbassano improvvisamente simili a blackout. Il tuo gatto avrà anche i suoi problemi interiori ma lo nasconde benissimo oppure non se ne cura, o ancora: il pensiero è una perdita di tempo in cui non si arrovella. E così per larte contemporanea, i codici fiscali e le prospettive finanziarie. Un vitello in una teca, sormontato da un disco doro, è stato venduto stamattina in unasta tenutasi da Sothebys a Londra, per 10,3 milioni di sterline. Tutto potrebbe essere veramente stabile, lessere umano un semplice conduttore fra un albero e la sua fotosintesi, fra una stella e la marea, oppure violentemente precario, come queste due righe aggiunte senza un reale motivo. Non piangi per David Foster Wallace stamattina, tu sei la sua morte.
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Ti senti come il 1986, ti senti come fossi una cosa lunga 365 giorni che ha contenuto la morte di Borges, un gol di mano di Maradona e ha prodotto, dopo unesplosione tenuta nascosta, corpi deformi e malformazioni che girano ancora oggi. Ti senti sorpassato da una sedia, da una scrivania, da una penna, essi appartengono ad un ordine di cose che non ti considera, una gelida immobilità riconducibile a cose enciclopediche, saggissime.
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Cosa sai: sai di certe stagioni assolate dove si riescono a far avverare i desideri, conosci posti dove è possibile drammaticamente lasciarsi cadere senza timore. Non parli di letti, né di balletti. Là, passeggiavano ninna nanne con occhi di mela, proprio là, dove le falene si palpeggiavano con le luci e sagome scure sparivano, inghiottite da porzioni di nero affatto geometriche, simili a nebulose. Cosa succede: occupano gli occhi posti dediti ad altre sostanze, si materializzano incroci allinterno di colonne daria, una fessura la tua mente, in realtà poco più di una pupilla che fissa da dentro una scatola piena di buchi. Succede ancora: ci seppellivano alla nascita, la terra che andava coprendoci ci arrivava in faccia un giorno dopo laltro, e noi respiravamo, continuavamo a respirare, insicuri di tutto, ma anche incapaci di comprendere, e per questo quasi salvi. Quasi.
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Uno scrittore che si è impiccato rilevava che la differenza fra due terrori ti faceva scegliere per uno dei due, solitamente il meno doloroso. Ma sapevi che erano annotazioni da unisola, non ti fidavi di nessuna cosa chiusa dentro a qualche consonante, divisa da vocali. Non più. Ti mancava tutto e tutto ti possedeva. Eri su un filo e non guardavi giù, proprio come in un rapporto di sesso orale con una ragazza brutta. Immaginavi.
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Una polaroid. La giri con la mano. Cè una data. 1986. Guardi di nuovo la fotografia. Ci sei tu, tuo fratello e la sua fidanzata. Eravate fuori per il primo maggio. Sorrisi sui volti. La tua faccia è coperta da unombra, una polluzione di luce che ha impressionato la pellicola, oppure acidi che si sono incanalati nel momento della trasmissione del pensiero dalla macchina allimmagine. La macchia ti nasconde gli occhi e lascia libera solo la porzione bassa del viso, dove si vede che sorridi. Fuori piove. La temperatura si è abbassata. Linverno. Metti su un disco di John Cage. Osservi la distanza fra due terrori delicatissimi, ferocemente mansueti. Non scegli nulla. Appoggi la polaroid dove lhai trovata. Sopra una pila di cose poco umane.
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Sorvoleranno i prossimi pomeriggi farfalle che non conosciamo, nella terra dove solo i bambini possono chiamarle ricordi.









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"Would you care to sit with me for a cup of
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il fotografo non esiste, the photographer doesn't exist, der photograph besteht nicht, fotograf nie istnieje
el fotógrafo no existe, o fotógrafo não existe, ljósmyndarinn er ekki til , le photographe n'existe pas
et voilà
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GRAZIE MILLE
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