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metamorfosi del giallo

Tue Nov 17, 2009, 5:45 AM
Non era il surrealismo i colori si celavano vicendevolmente e attorno ad ogni persona gravitavano una serie di pianetini dalle diverse attrazioni fra i quali fluttuare, detestare e arrampicarsi. Attuavano diverse politiche le mani dai piedi e dalle dita stesse mentre nel mezzo della tempesta, se prendevi una macchina e guidavi nella neve i fiocchi esplodevano come fuochi d’artificio continui sul parabrezza della fronte. Arrivando dalla campagna alla città le sequenze si facevano geometriche e cominciavano a inanellare teorie di trattini, di piccole sfere, l’occhio pulito poteva lasciarsi scorrere sulla corteccia milioni di scritte in cromatismo senza possederne la traduzione, ma d’altronde quest’uomo nuovo, e dico nuovo perché è adesso, non ha nessun atteggiamento di rivalsa se non verso di sé, non possiede niente e non ambisce a coltivare nessun linguaggio, lasciando il pensiero manifestarsi senza sillabe, in liquidi.

Il significato si perde come l’infanzia.


*


Beckett cade dalle grondaie. E’ un muro sbrecciato. Era stato fermo tutto quel tempo, a misurare il variare della luce, dei suoi arti. Parigi è sporcizia e vicoli, occasioni umane. Genitali da mostrare a ragazzini falsamente cinesi che fotografano coi cellulari. Piante verdissime dietro alle finestre gialle. Il sapore tondo della vodka mixato dentro alle bottiglie di coca cola. Sporcizia e rampe di scale, corrimano, bagni comuni, ragazze truccate da panda, ragazzi magrissimi che si lavano le mani lisce dentro a minuscoli lavabi. La qualità dei tuoi passi. A latere prestare l’attenzione maggiore possibile ai propri polpastrelli. Si guarda. Non si osserva. Una volta si fumava nei locali. Non dava fastidio a nessuno. Ora da fastidio anche ai fumatori. Sabato sera. Fuori c’è la luna piena dietro a una teoria gommosa di nuvole. Qualcuno prende una foto col telefonino e la invia immediatamente a una ragazza facendo percorrere ai bit la distanza di un centinaio di chilometri. Sopra la foto un messaggio: guarda, dice: è dio.


*


Starnutisci con forza dentro al fazzoletto. Una. Due. Cinque volte. Resti intontito come avessi tenuto la testa nel vento. Un miagolio scostante di gatto. Vuole cibo o acqua o uscire per andare in bagno. Tre cose semplici. Sempre le stesse, invariabilmente. Il calendario segna una data, questa, diciamo 3 novembre. Gli orologi sono coordinati, dappertutto. Ogni mattina nuovi numeri vengono partoriti dalle macchine e questi numeri incarnano le responsabilità di ognuno in un determinato giorno. Scontrini. Fatture. Bolle d’accompagnamento. Documenti. Negozi giuridici. Multe. Verbali. Le macchine partoriscono i numeri che alla sera verranno ingoiati da altre macchine prive di denti. Le mail cestinate dove vanno a finire? Prima di scomparire devi essere apparso.


*


E allora lei per esempio quando scende lo fa dai denti e possiede una vocina minuscola per le situazioni intime, con la quale muovere montagne. Dalle unghie rosse s’elevano bolle papali. Le balbettano attorno palmi di facce, vestiti riempiti. Le scarpe di tutti durante il tragitto si puntano un minuto s’annusano e impostano le direzioni. Il flauto che muove questi topi è udibile solo a certe particolari latitudini di senso, nessuno sa cosa è un ginocchio e quanto gli durerà, tutto è permesso e al tempo stesso non accade mai. Voglie, luci, portiere, alzacristalli elettrici, mani sopra i bicchieri mentre ci si muove fra una folla di folli, la vaporizzazione dei nomi nell’aria, i propri, gli altri, quelli delle cose che continuano a non nominare noi, e tutto questo varia la soglia d’attenzione anche se la soglia stessa è perpendicolare o ridotta a spioncino o in alcuni casi inutilizzabile: i filosofi chiamano questa verticale “spirito”. Gli esseri si muovono con all’interno queste sensazioni che sono parti e parti che si staccano e si riallineano mosse e tagliate da forbicine che potremmo conteggiare con i battiti delle palpebre si ci piacesse azzardare delle ipotesi. Ma non c'è tempo.


*


C’è sempre un momento in autunno in cui i poeti scrivono una poesia chiamata “autunno”.
Questi calchi nella nebbia perdono impronte di vapore, e le ombre, con zampette di mosca, si lavano le mani alla fine delle teste.
Coloro che non si sono ancora ambientati dovranno inseguire il coniglio fino alla fine dei tropici, mentre il vhs si schiera apertamente contro il comfort umano.

Rabbini di quale religione sullo scranno di quanti troni perpetueranno questo corteggiamento dell’aria, una paio di collant risultano decisamente più incisivi di un poemetto surrealista e alla fine delle giornate si sta come d’inverno dentro casa le televisioni, giusto rue de l’harpe reagisce con un po’ di colore ma se tu non ci pensi passa anche quello, e il supermercato si apre gentile ad un nuovo schema cromatico nel reparto dei libri scontati del 15.

Saprebbero di foglia queste mani se ne concepissi l’attaccatura al terreno?


*


“E allora andiamo, tu ed io, può venire anche lei, andiamo, sono le 4 e 06 della notte di natale, bellissime puttane marocchine fanno arrivare i fidanzati da Casablanca, in casa tua individui solitamente sconosciuti si muovono in pantofole - ancora da stringere una mano, la vela del collo d’una vecchia da baciare, apprendere della morte di Harold Pinter - e poi tutti fuori in balcone a fumare una sigaretta.
La rivoluzione è che questa cosa accade perfettamente, anche ora. L’idea che tutto sia organizzato e che la specie umana si coordini ogni giorno riempiendo e svuotando frigoriferi, oppure camminando in mezzo a una foresta del Congo è una messinscena incredibile, eppure anche io e te, anche lei che è venuta con noi sa bene che per un motivo o per l’altro si finisce per adoperarsi, per collaborare, si diventa una tessera di un mosaico prima di rendersi conto di esserlo e docilmente si viene posizionati nella scacchiera fra i palazzi i cinema i travestiti una camera dei deputati e la tua nazione, incastrato perfettamente senza saperti spiegare nulla, assolutamente funzionante e purtroppo costretto a condividere questa pazzia collettiva perché se tutti continuano e tu vuoi smettere il pazzo sei tu, e anche io, e anche lei: che infatti lo abbiamo capito e siamo vestiti benissimo e ci integriamo perfettamente.”


*


Ragazze che si perdono lungo la darsena munite di gambe come forchette infilzano la spiaggia dondolando lasciando dietro di sé qualcosa di più di quanto possa contenere al suo interno la parola “buche”.

In questa enciclopedica parentesi sono stati spostati sei o sette eserciti di luce e cuscini, giorno dopo giorno.

Della purezza non si preoccupava più nessuno, tutto quello che si poteva sporcare veniva sporcato senza nessuna eccezione.

Così lasciamo i dinosauri camminare sulla terra, i bicchieri d’acqua mezzi pieni prosciugarsi, livellati dall’aria.

Tutto quello che ci poteva capitare ci sta già accadendo, esattamente ora, e può solo peggiorare o migliorare.

Le varianti contano solo in un sistema in cui qualcuno vince e qualcun altro perde.

Da qui, invece, certamente nessuno di noi uscirà vivo.

Ma qualcosa nella mente, qualcosa come un fessura, qualcosa simile a una palpebra, ti tiene separato dal regno che occupi dentro te stesso.

E in fondo.

C’è da andare a fare la spesa.

Togliere il ghiaccio dalla macchina.

Meno 5, meno 7.

I telegiornali lanciano l’allarme.

Al confine una vipera si acciottola dentro a una buca.

Il confine è una cosa che non si vede dal vivo.

È immaginazione.

Come se adesso fossero veramente le 5 e 07 del mattino.

Non è nessun tempo adesso.

Non lo sarà dopo.

Usiamo passato e futuro per disinnescare questa tensione indicibile in cui giallo si volta di schiena, e si trasforma.

Se ti togliessero la capacità di memorizzare, ti muoveresti come un dioniso?


Poi comincia a piovere o si alza il vento. Cerchi un ombrello o una sciarpa. Di questo parlano tutte queste cose.

fenomenologia di un buco nero

Sat Jan 10, 2009, 8:32 PM
“La poesia tiene in un pugno
Quello che la narrativa custodisce
In un grattacielo.”
Anonimo

“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.”
William Burroughs




Una polaroid. La giri con la mano. C’è una data. Guardi di nuovo la fotografia. Non hai mai scelto nulla di tutto ciò. Fuori piove. La temperatura si è abbassata. L’inverno. Metti su un disco di John Cage. Appoggi la polaroid dove l’hai trovata. Sopra una pila di cose poco umane.

*

Tutto è sempre stato troppo luminoso. Tutto sono le scale, le scarpe, tua madre, una pagella, l’odore degli autobus in città, un gatto. Tutto è sempre stato troppo luminoso, o troppo buio. A sette anni un balcone dal quale affacciarti, con enorme senso di vertigine. Un pallone da rincorrere che racchiudeva tutta la filosofia. Potevi essere una mela, se l’avessi desiderato. Ma desideravi altro.

*

Tua madre beve un bicchiere d’acqua in cucina, da sola. Ti sei fatto svegliare alle sei del mattino, per studiare la lezione. Leggi velocemente. Ricordi tutto per il tempo necessario all’esposizione. Lei sparirà. La lezione, la mamma. Rimarrà una fotografia, i francobolli di tuo padre. Due anni dopo neanche quelli. Si chiama cambiare casa. Queste due parole contengono pelle, profumi, unghie, l’allungarsi delle ossa. Tutto dentro ai minuscoli spazi fra una lettera e l’altra. Cose invisibili. Come i batteri o Dio.

*

Annoti poche parole sul bordo di una tovaglia di carta. E ancora su un banco di scuola. Esprimerti appare sensato. Le parole sono minuscoli segni grafici che si caricano di significati più grandi. Come formiche trascinanti enormi briciole di pane. Nelle parole hai consolazione. Scrivi “Zampettare di pioggia sui vetri”. E quello è l’autunno.

*

Una cameriera scuote un ficus, cadono tre foglie in terra. Le raccoglie e le infila nel grembiule rosso, più tardi le butterà via. La senti allontanarsi e sbattere con l’aspirapolvere contro un muro che non vedi ma conosci, ogni suo passo una vocale che s’infila attraverso il suo nome ripetuto nella tua testa, come una fila di perline in un’invisibile collanina che va da te a lei. Non vi siete parlati, detesti il rumore dell’aspirapolvere. Sei immobile ma la tua immagine è contenuta in almeno quindici superfici deformanti e riflettenti, che non consideri. Eppure loro considerano te. Ora immaginare gli occhi degli altri ti fa pensare a quella frase di Burroughs che diceva che non esistono soluzioni ai problemi, ma solo strade che portano ad altri problemi.

*

Stamattina avete ricevuto una notizia terribile e lei ti ha chiamato e si è infuriata perché non senti nulla, solitamente non senti nulla, hai calmato le febbre che si trova nel tuo nome molto tempo fa e adesso rabbrividisci per il freddo, solo per quello. Non provi neanche a spiegarlo. Cane e collare sono il tempo, tu e lei siete il cane o il collare, e nulla realmente trascorre. Ha certe paure e tu ne hai altre. Rispetti questo e altre imprescindibilità. Rimani silenzioso al telefono finché lei mette giù. Qualcuno ti osserva e tu fai finta di continuare a parlare concludendo con un ciao probabilmente rivolto all’universo.

*

I giapponesi non hanno una parola per dire “nulla”. Ma giri di parole, vorticosi mulinelli che una volta innescati sono già qualcosa. Si è presenti a questo tempo di cui non si misura la velocità della carne, come non si misura la velocità dei tuoi muscoli o il tempo nel profondo di un dente che si muove attaccato a una gengiva, nascosto dentro a una bocca chiusa all’interno di una macchina che qualcuno dice: si muove, si sta muovendo, è in movimento.

*

Lo spasmo di un cuore vivo, una penna che si gira su un fianco, gli occhi che si abbassano improvvisamente simili a blackout. Il tuo gatto avrà anche i suoi problemi interiori ma lo nasconde benissimo oppure non se ne cura, o ancora: il pensiero è una perdita di tempo in cui non si arrovella. E così per l’arte contemporanea, i codici fiscali e le prospettive finanziarie. Un vitello in una teca, sormontato da un disco d’oro, è stato venduto stamattina in un’asta tenutasi da Sotheby’s a Londra, per 10,3 milioni di sterline. Tutto potrebbe essere veramente stabile, l’essere umano un semplice conduttore fra un albero e la sua fotosintesi, fra una stella e la marea, oppure violentemente precario, come queste due righe aggiunte senza un reale motivo. Non piangi per David Foster Wallace stamattina, tu sei la sua morte.

*

Ti senti come il 1986, ti senti come fossi una cosa lunga 365 giorni che ha contenuto la morte di Borges, un gol di mano di Maradona e ha prodotto, dopo un’esplosione tenuta nascosta, corpi deformi e malformazioni che girano ancora oggi. Ti senti sorpassato da una sedia, da una scrivania, da una penna, essi appartengono ad un ordine di cose che non ti considera, una gelida immobilità riconducibile a cose enciclopediche, saggissime.

*

Cosa sai: sai di certe stagioni assolate dove si riescono a far avverare i desideri, conosci posti dove è possibile drammaticamente lasciarsi cadere senza timore. Non parli di letti, né di balletti. Là, passeggiavano ninna nanne con occhi di mela, proprio là, dove le falene si palpeggiavano con le luci e sagome scure sparivano, inghiottite da porzioni di nero affatto geometriche, simili a nebulose. Cosa succede: occupano gli occhi posti dediti ad altre sostanze, si materializzano incroci all’interno di colonne d’aria, una fessura la tua mente, in realtà poco più di una pupilla che fissa da dentro una scatola piena di buchi. Succede ancora: ci seppellivano alla nascita, la terra che andava coprendoci ci arrivava in faccia un giorno dopo l’altro, e noi respiravamo, continuavamo a respirare, insicuri di tutto, ma anche incapaci di comprendere, e per questo quasi salvi. Quasi.

*

Uno scrittore che si è impiccato rilevava che la differenza fra due terrori ti faceva scegliere per uno dei due, solitamente il meno doloroso. Ma sapevi che erano annotazioni da un’isola, non ti fidavi di nessuna cosa chiusa dentro a qualche consonante, divisa da vocali. Non più. Ti mancava tutto e tutto ti possedeva. Eri su un filo e non guardavi giù, proprio come in un rapporto di sesso orale con una ragazza brutta. Immaginavi.

*

Una polaroid. La giri con la mano. C’è una data. 1986. Guardi di nuovo la fotografia. Ci sei tu, tuo fratello e la sua fidanzata. Eravate fuori per il primo maggio. Sorrisi sui volti. La tua faccia è coperta da un’ombra, una polluzione di luce che ha impressionato la pellicola, oppure acidi che si sono incanalati nel momento della trasmissione del pensiero dalla macchina all’immagine. La macchia ti nasconde gli occhi e lascia libera solo la porzione bassa del viso, dove si vede che sorridi. Fuori piove. La temperatura si è abbassata. L’inverno. Metti su un disco di John Cage. Osservi la distanza fra due terrori delicatissimi, ferocemente mansueti. Non scegli nulla. Appoggi la polaroid dove l’hai trovata. Sopra una pila di cose poco umane.

*

Sorvoleranno i prossimi pomeriggi farfalle che non conosciamo, nella terra dove solo i bambini possono chiamarle ricordi.

AVVISO AGLI STUDENTI NAVIGANTI

Thu Oct 30, 2008, 11:56 AM
Giovanotti,

gli occhi vostri pieni e puliti sono gli stessi che avevo anche io quando avevo la vostra età, sono gli stessi di mio figlio e saranno gli stessi dei figli che verranno, gli occhi vostri così pieni e così puliti non sapevano non sanno e non sapranno mai, NON HANNO IDEA, non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il BENESSERE E LO SVILUPPO DEL PAESE. Al potere da molti anni, ora, sono io. E sono qui a tentare di spiegare agli occhi vostri pieni e puliti la mostruosa inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La Contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile ai vostri occhi e agli occhi dei miei figli. Ma gli occhi vostri pieni e puliti e incantati che non sanno cosa significhi avere la RESPONSABILITA’. Lo stragismo, per destabilizzare il paese provocare terrore per isolare le parti politiche estreme necessita per rafforzare i partiti al potere e di centro come FORZAITAJA. L’hanno definita STRATEGIA DELLA TENSIONE ma sarebbe più corretto definirla STRATEGIA DELLA SOPRAVVIVENZA. Voi, giovanotti, così innocenti e inconsapevoli così pieni di speranza, chi per vocazione chi per necessità chi per età, siete tutti convinti irriducibili della VERITA’.
Convinti che la VERITA’ sia una cosa giusta, e invece è LA FINE DEL MONDO. E noi, noi che abbiamo la responsabilità, non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta, abbiamo un mandato noi, un mandato divino, bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia NECESSARIO IL MALE PER AVERE IL BENE. Questo Dio lo sa e lo so anche io.
Gli unici che non lo sapete, giovanotti, chi per età, chi per vocazione o necessità, siete voi.
Non lasceremo che otteniate le informazioni atte a far si che possiate formarvi un PENSIERO CRITICO, non permetteremo che vi sia lasciata POSSIBILITA’ DI SCELTA fra una cosa o un'altra, qualunque essa sia, non possiamo concedervi il lusso di poter solo anche immaginare che l’immane peso che noi portiamo avanti non sia per il bene di tutti ma solo per la casta che detiene il potere. Tutto questo lo facciamo per il vostro bene, perché una SOCIETA’ ORDINATA E PULITA E CAPITALISTICA non può tener conto della verità. Non esiste una verità, esistono delle circostanze e delle decisioni da prendere. Ad alcuni negli anni scorsi è stata concessa la facoltà arrivare a mettere in dubbio che UNA DECISIONE E’ UNA DECISIONE, e non si può tornare indietro, non esistono alternative, non esistono varianti, non esistono scelte, esiste una decisione da prendere per un bene collettivo, e devo prenderla io, senza l’assillo che gli occhi vostri pieni e puliti e pieni d’incanto possano mettere in dubbio che tutto questo è solo ed esclusivamente PER IL VOSTRO BENE. Stiamo attraversando un periodo di profondissima crisi finanziaria ed economica e non c’è più margine per il DIALOGO O IL DIBATTITO nella realtà, per quello ci sono e ci saranno sempre i salotti televisivi. Quindi, giovanotti, tornate a guardare la TELEVISIONE, vi diranno tutto quello che c’è da sapere, tutto quello che realmente accade, vi diranno come vestirvi e come comportarvi e cosa desiderare, vi diranno quando e come e quanto è giusto comprare, NON DOVETE CHIEDERVI NULLA, in questo trentennio vi siete comportati bene, le vostre prospettive, finora giuste, devono essere e rimanere quelle che avete così docilmente recepito nel corso di questi anni, ognuno di voi potrà avere le sua occasione, esistono decine di programmi che vi permetteranno di mettervi in mostra, decine di possibilità e sto lavorando per moltiplicarle. FIDATEVI DI ME. FIDATEVI DI ME. FIDATEVI DI ME. In questi anni vi ho fatto mai mancare qualcosa? Avete tutti la parabola, due cellulari, e soprattutto NON DOVETE PREOCCUPARVI DI NULLA, perché ci pensiamo noi, pensiamo a tutto noi, i pesi gravi di chi deve condurre una nazione li tengo tutti sulle mie spalle. Quindi LASCIATE LE PIAZZE, tornate a casa e accendete la televisione, rilassatevi e uscite a prendere un aperitivo con i vostri amici, non chiedetevi nulla perché avete tutte le risposte che vi servono semplicemente spingendo un bottone, e se vi doveste sentire frustrati o in qualche modo avvertire uno stato di nervosismo o tensione, vi prego, attendete la domenica: ci sono gli stadi per questo. E se proprio vi sentiste frustrati anche nel corso della settimana, se voleste rendervi utili tenete gli occhi aperti e SEGNALATE quelli che fra di voi vi sembrano non seguire una condotta irreprensibile. Sono moltissimi, agli angoli delle vostre strade, spesso sono quelli che chiamiamo gli extracomunitari, ma PRESTATE ATTENZIONE, anche nelle vostre classi o nelle vostre famiglie, TENETE D'OCCHIO chi non guarda la televisione, quelli che non si vestono bene (o che tendono a non curare il proprio abbigliamento e il proprio look) o fumano droghe a basso costo o, ancor più in generale, chi a vostro parere ESPRIMA UNA QUALCHE FORMA DI DISSENSO sopra le righe per l’attuale governo, e tenti di diffonderla, teneteli d’occhio e per quanto possibile SEGNALATELI alle forze dell’ordine. Loro sono il mio braccio, io la mente. Noi ci preoccupiamo delle cose brutte, a voi rimangono solo quelle belle. Perché dunque occupare una piazza? Tornate a casa, indossate le pantofole e stendete le gambe sotto ai vostri tavolini: dal tubo catodico ho pronta una carezza per tutti voi.





Firmato

IO



p.s.
liberamente ispirato da qui: [link]

  • Listening to: lies on television
  • Reading: oblio - d.f. wallace
  • Watching: il divo - paolo sorrentino

bull in the heather

Tue Jun 24, 2008, 11:55 AM
Dieci, venti, trenta, quaranta
Dimmi che vuoi
Tenermi
Dimmi che vuoi
Annoiarmi
Dimmi che vuoi
Mostrarmi
Dimmi che
Ne hai bisogno lentamente
Dimmi che
Brucerai per me
Dimmi che
Non me lo permetterai
Tempo di dire
Le tue storielle sporche
Tempo di girare
Ancora e ancora
Tempo di girare
Quattro foglie di trifoglio

Scommettendo sul toro nella lana

Dieci, venti, trenta, quaranta
Dimmi che
Vuoi sgridarmi
Dimmi che
Mi adori
Dimmi che
Sei famoso per me
Dimmi che
Mi lascerai segnato
Dimmi che
Stai per mostrarmelo
Dimmi che ne hai bisogno
Gravemente
Tempo di raccontare
La tua storia d’amore
Tempo per girare
Ancora e ancora
Tempo per girare
Quattro foglie di trifoglio

Scommettendo sul toro nella lana

[link]

  • Listening to: sonic youth of course
  • Reading: pale fire

dio ha dipinto i pesci con colori sconosciuti

Fri Jun 20, 2008, 10:02 PM
I piatti li hai ritirati tu lentamente io ti scivolavo
dalle punte dei capelli cucchiaino a cucchiaino
c’era una bambina che camminava nel sole
con un ombrellino era bianchissima la guardavamo
entrambi sfilare sotto alla finestra nessuno
dei due ha detto niente e lì
si stava facendo poesia

Oziare dentro alle lavagne dei tuoi occhi dove ho scritto
“non smetto mai” poi mi sono vergognato
cos’altro avrei dovuto fare le pieghe delle lenzuola
erano montagne bianchissime chi mai le ha scavalcate ti
taglio il sorriso col coltello la voce di tua madre
è un alfabeto che ti muove le braccia e le dita
e ti spalanchi come un paio di forbici che cadono piatte
i consumatori legati l’un l’altro nel calcolatore
io e te nemmeno vicini che un porco passava vomitando perle
che avevano tutte la faccia di Samuel Beckett
hellzapoppin, speranza, pazienza, nome
devo dar da mangiare al mio nome, ricordarmi
di avere un parere, la linea fiammeggiante dei lampioni che curva verso sinistra
mi fa pensare ad un’ala, alla fine dell’ala tu, che tossisci, e collegato
da sottili sinapsi elettriche a forma di vena camion che trasportano oli esausti
la sensazione del budello delle racchette da tennis, quelle che
sistemi mentre pensi qualcos’altro, si sistemano
le corde e si pensa qualcos’altro, quello è fare
poesia, dio ha dipinto i pesci con pennelli sconosciuti, i tuoi
denti bianchissimi la carta da parati io
persi il significato, una mamma e credevo di aver perso
il coltellino di Fabrizio, me lo aveva dato il padre ero disperato ma ecco
l’ho ritrovato, l’avevo solo messo al sicuro, gli intenti non si commissionano
la volontà è erba disperata che si piega, oppure le 7 e 25 di ieri, diego
armando maradona, i calzini bucati di jerome , le persone sono tutte volenterose
vogliono far innamorare tutti di sé, dicerie sentite
da qualche parte affermano che si compiano degli atti,
accennano a riunioni di gente, di moltissima attenzione,
(ad esempio le vostre letture di poesia o le opere teatrali
che si svolgono quotidianamente in parlamento)
di magazine o televisione, qui
nessuno sa distinguere la pornografia dal proprio cazzo,
non sai cosa sia il tuo cazzo e cosa è quello che vedi
sullo schermo o cosa è quello in cui affondi, non lo distingui
così come non distingui cosa sia scrivere dei segni su un foglio
di carta o una strada piena di neve attraversata da altri segni (passi?)
sbanda la testa nell’aria del millennio è intontita da una gran tramontana
i secoli hanno dita, polpastrelli lentissimi e appiccicosi
quest’estate osserverò le falene sbattere contro
una lampadina in una notte d’agosto che rimarrò da solo,
proverò molta tristezza, per non scomparire, il giorno seguente
ancora un pacchetto di sigarette da comprare,
io non ho un parere sui miei contemporanei perché
non riesco a leggere nulla riesco a malapena a capire
il perché dei numeri, ma solo se condizionato
da una voce che mi rimprovera
odio il perpendicolare l’egitto le sale affollate
l’egitto particolarmente perché non ci sono mai stato
solo ieri sera la tua bocca martellava chiodi e
il papa si affacciava con gli occhi del demonio mentre
Enrico portava tre polaroid a edo bertoglio, quanta cipria
quanti denti e tutti troppo bianchi - le signore adesso che fa caldo
alzano il tono della voce verso sera ho bisogno di stare
in mezzo a degli alberi ho
la necessità di possedere un labirinto osservare
lungamente il verde della campagna bagnato dalla pioggia
mi emoziono coi profumi, insensato come una donna bella
che sa di esserlo e fa finta di non saperlo
ieri sera le tue labbra seppellivano anatre dal collo spezzato sogno
un silenzio irreale che attraversi tutti costati che slacci
tutte le scarpe e disfi tutte le confezioni ma come si fa
a non vedere che la famiglia è la cosa più pericolosa
che esista?

La cattività avrebbe bisogno
di muri in vetro
le vostre trincee spelacchiate
i bachi sono tremendamente pensierosi
e questa poesia non ti svela niente
serve a me
e finisce così:

teoria di sigur ros a canary wharf, scendendo lento
le scale mobili, appena un minuto prima
la rara soddisfazione
di interrompere il flusso di persone tutte prese
in un bivio calcolato,
come una corrente marina
che improvvisamente si disperda.

  • Reading: pale fire
  • Watching: third watch

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uhm io ce l'ho. lo uso per far mandare messaggi a me da parte dell'altra me.
Thu Jul 3, 2008, 12:17 PM
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ciao :wave:
Tue Nov 13, 2007, 9:15 AM
*thegreenmanalishi:iconthegreenmanalishi:
saluti!
Sun Oct 7, 2007, 11:48 AM
*mute-nOface:iconmute-nOface:
no sense... jajajajaja :lmao:
Sun Apr 8, 2007, 12:29 PM
*AlessandroAnsuini:iconAlessandroAnsuini:
ma che cazzo è sto shoutbox, nel senso, dove è situato, ognuno ne ha uno? a che serve realmente?
Thu Apr 5, 2007, 11:46 AM
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beluuuuuuuu :heart:
Fri Nov 10, 2006, 12:33 PM
~38specialanhoody:icon38specialanhoody:
you pick just the right tones
Sun Oct 29, 2006, 8:47 PM
~ThEnemY:iconThEnemY:
vediamo se funziona sto shoutbox
Thu Oct 12, 2006, 6:59 AM
*AlessandroAnsuini:iconAlessandroAnsuini:
videomaker i'm looking at you, check my journal!!!
Tue Aug 22, 2006, 10:29 AM

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